venerdì 22 maggio 2015

Come ti smonto la composizione

Quanti di noi hanno avuto a che fare nella vita con una bellissima, esteticissima, fantasiosissima e soprammobilissima composizione di piante grasse? Quasi certamente tutti: che ce l'abbiano regalata, o che ce la siamo comprata, almeno una è passata tra le nostre mani. Tutti vorremmo che le piante vivessero in quello stato di immobilità e apparente serenità per sempre, ma purtroppo il 99% delle volte muoiono. È così o no?
Bene, la prima cosa da sapere è: se le lasciate in quei vasi, che siano di coccio, di vetro, di plastica, di vimini, di latta o di resina, le condannerete a morte certa. Se poi il contenitore non ha neanche i fori di scolo, iniziate a dare l'estrema unzione. Non date retta a quei fioristi che vi convincono con un "basta spruzzarle con acqua ogni tanto e vivranno benissimo"... ma quando mai!
Occorre separarle  e dare ad ognuna degna sepol... ehm, sistemazione, sempre che desideriate vederle campare a lungo. Nel caso invece, da perfetti egoisti poco ecologisti, preferiate godere della piacevole vista di un boschetto di grasse anche solo per un breve lasso di tempo che può andare da un minimo di una settimana a un massimo di 3 mesi, lasciate la composizione come sta e appena le piantine muoiono, ne comprate un'altra, per la gioia dei fioristi (poco ecologisti). Vorrei far notare tra l'altro un aspetto di non poco conto, e cioè che comprare 4 piantine in vasetti singoli da 5 cm. costerà tra i 4 e i 10 euro al massimo, comprare l'intera composizione almeno il doppio. D'altronde si sa, l'estro si paga.

Ho pensato quindi di scrivere questa piccola guida fotografica, rivolta a tutti coloro che hanno in casa, magari sopra l'ultima mensola della libreria in salotto, una piccola composizione di succulente, ma potrebbe essere utile anche a chi vuole dare nuova linfa alle piantine comprate nei classici vasetti pieni di torba (che serve ad una crescita veloce ma strozza le radici perché si compatta troppo e diventa impermeabile), e si trova davanti all'impossibile missione di svasarle per la prima volta.

Dunque, questa è la composizione che ho ricevuto in regalo un paio di natali fa, tutto sommato meglio di tante altre che si vedono in giro, per lo meno il vaso rosso di coccio era dotato di foro di scolo, tant'è vero che l'ho riciclato per invasarci una bella Haworthia, genere per il quale preferisco il vaso di coccio (ma questo è un altro discorso e sto già divagando come mio solito). 
Indossate un bel paio di guanti e iniziamo le procedure di smembramento.


Estraete tutto il panetto di terra, augurandovi che lo strato di sassolini che spesso mettono in superficie non sia incollato con mezzo chilo di vinavil rendendolo inscalfibile. 


Separate delicatamente le piante cercando di non strappare troppo le radici, ma se dovesse succedere nella maggior parte dei casi non è un grosso problema, ricresceranno (a meno che non parliamo di radici napiformi, ma difficilmente le troverete in questo tipo di composizioni commerciali).


Iniziate a pulire il pane radicale di ciascuna piantina, cercando di togliere completamente il terriccio dalle radici: infilatevi dentro le dita, aiutatevi con dei bastoncini, e se proprio è duro come un mattone, mettetelo sotto l'acqua corrente, sempre che il clima lo consenta: eviterei di farlo in pieno inverno, insomma. Per quest'operazione occorre quindi delicatezza, destrezza e fantasia, io ad esempio in passato mi sono fatta aiutare da mia figlia che con le sue piccole dita sottili riusciva ad infilarsi tra le radici meglio di me. Ora le sue dita sono diventate grandi come le mie per cui devo ricorrere ad altri mezzi.
La cosa importante è che l'apparato radicale alla fine delle operazioni sia completamente pulito.


Ecco le 4 piantine a radici nude e pulite. Vediamo come erano state assortite: da sinistra, una Cylindropuntia, un paio di Echinocereus, delle piccole Mammillaria e un'Euphorbia che nell'abbinamento risulta un po' un'intrusa, visto che non è una cactacea né ha esigenze simili alle altre.


Prima di procedere al rinvaso, lasciate asciugare per qualche giorno le piante in un luogo asciutto ed ombreggiato, anche all'esterno, se le piante sono abituate alle basse temperature; se, come in questo caso, si presume abbiano alloggiato sempre in un locale riscaldato (che può essere un negozio o una serra calda di un garden), meglio lasciarle asciugare in casa.
Se avete lavato le radici, il tempo di asciugatura si allunga di qualche giorno, perché le radici hanno bisogno di cicatrizzarsi per bene, visto che le avremo sicuramente strapazzate un po'.
Preparate una composta idonea per i cactus, che di base è una dose di terriccio universale o per piante fiorite o da giardino (l'ideale sarebbe senza torba, ma purtroppo nei terricci commerciali c'è quasi sempre), una di pomice e una di lapillo, oppure ghiaino o sabbia grossolana, insomma, inerti vari che vanno a rendere più drenante il terriccio.
Ecco le nuove sistemazioni:



Potete trasferirle direttamente in serra fredda lasciandole asciutte ancora per una settimana circa, poi potete iniziare ad innaffiare moderatamente, aumentando quantità e frequenza con gradualità (per quantità intendo finché l'acqua non esce fuori dal vaso, ma deve bagnare bene la terra; per frequenza intendo non più di una volta a settimana, ma anche qui ci sarebbero dei distinguo da fare).

Questa sarebbe la procedura da adottare ogni qualvolta riceviate una composizione di piante grasse, per assicurare loro una vita migliore o comunque una durata maggiore. È vero che finché non ci si fa l'abitudine, sembra di sottoporle ad una tortura atroce, ed in effetti un po' è così, ma questo trattamento permette di godere di queste piante per un periodo molto lungo, se ben coltivate naturalmente.
Se poi, nonostante tutte queste precauzioni, le piante decidono di passare al creatore lo stesso... beh, sappiate che molte delle composizioni sono vecchie, per cui molto probabilmente le piante sono già debilitate o affette da funghi latenti che alla prima innaffiatura seria si scatenano in marciumi irreparabili. Per la cronaca, un paio di piantine sono morte anche a me, altre vegetano bene e l'opuntia l'ho regalata alla prima occasione (solo perché ne ho già un esemplare).

Ed ora, al lavoro!

venerdì 20 marzo 2015

Best of 2014

Mamma mia come passa il tempo! È già passato un mese dall'ultima volta, ops. E pensare che avevo questo post praticamente pronto da allora ma non ho mai trovato il tempo (e la voglia) per apportare gli ultimi ritocchi e pubblicare... sigh. 
Ma ora che l'aria si sta di nuovo profumando di primavera, colgo l'occasione, con la velocità che mi contraddistingue [muahahah], per mostrarvi cosa è successo la scorsa stagione, un'annata strana dal punto di vista metereologico ma non per questo avara di fiori. Anzi, qualcuna è stata particolarmente gradita perché attesa da tempo. 
Oh, niente di eclatante, di favoloso, nulla di supermegagalattico, nessun mazzo con 250 fiori contemporaneamente, ma semplici e normali fioriture, spesso anche striminzite. Ne ho apprezzato lo sforzo, ecco. Belle di mamma!

Primo fiore in assoluto, benché "smagagnato", di questo piccolo Ferocactus macrodiscus.




Sotto, i fiori alternativi di uno Echinomastus durangensis: ha la fama di essere una pianta piuttosto "difficile", e per questo l'ho lasciata nel vaso in cui me la regalò Dante... se quest'anno si ripeterà, allora potrebbe significare che ne ho azzeccato la coltivazione, altrimenti è solo culo. Propendo per la seconda.











Una delle fioriture più attese: un Epiphyllum fruhlingsgold di cui mi regalò un articolo l'amica Priscilla alla Festa del Cactus di qualche anno fa. Bello, grande, poco corposo, ma luminoso!




Restando tra le epifite, la prima volta di un Epiphyllum crenatum, preso 3-4 anni fa, piuttosto malconcio, da Marianna di Punto e a cactus: per l'esposizione che gli riservo, ha già fatto tanto, ma speriamo che quest'anno mi sorprenda ancora di più. È molto profumato.


Questo Epiphyllum Wings invece è solo merito di Paolo, coltivatore esperto di innumerevoli varietà di Epicactus: me lo donò in boccio durante la visita alla sua "fattoria"... un fiore dalle dimensioni ragguardevoli e dai colori ipnotici!



Concludo la breve rassegna epifita con questo bell'Aporophyllum, di cui l'indimenticato Damiano Sergi mi diede alcune talee durante la visita al suo vivaio (vedi post precedente), talee inaspettatamente fiorite ma soprattutto campate.






Tra le piante a me poco congeniali ci sono le Neoporteria, o Eryosice: di solito, o mi muoiono, o si deformano, o non fioriscono più: questa sp. invece si è ripetuta a distanza di due anni, strano ma vero, e ciò mi inorgoglisce (basta poco per inorgoglirmi).
Un paio di fioriture "amiche", ovvero di piante regalate da amici cactofili, al loro primo exploit:
un Trichocereus ibrido di provenienza veneta (Erika) e a destra, la Sulcorebutia albissima di Graziella.

Un Echinopsis ibrido cartellinato arancio di cui ho finalmente appurato il vero colore: arancio.


Una bella Rebutia rovidana dai fiori rosso fuoco


Lobivia ferox, glauca e Stern von Lorsch (by Damiano)... wow, che terzetto!













Il Tephrocactus geometricus lo aspettavo al varco da anni, è una delle poche opuntioideae a fiorire in sierra Morena... mannaggia alle opunzie e al loro fascino conquistadores e libertino!

Un paio di Gymnocalycium che mi hanno fatto diventare i capelli bianchi: un semplice saglionis, arrivato ormai ad un diametro di una dozzina di cm abbondanti, e un nidulans con spine piuttosto spesse ed aggressive da non permettere al fiore di aprirsi completamente.


Tra le succulente, è stata una piacevole sorpresa la Kedrostis africana, caratterizzata da un fiorellino inadatto ai presbiti.

Concludo la modesta carrellata con le mie fioriture preferite, quelle degli Echinocereus, che finalmente quest'anno si sono decisi di muovere le chiappe ed uscire dall'ozio spinoso: vi posto giusto qualche fiore qua e là, in attesa di un post interamente dedicato ad essi... spero di concretizzare questa buona intenzione prima della fine del secolo, sai, conoscendomi...!








lunedì 16 febbraio 2015

Omaggio a Damiano

Vacanze agosto 2013, destinazione il favoloso Salento che niente ha da invidiare alle località più blasonate del turismo tropicale, con la differenza che paghi poco e te lo godi alla grande, grazie al suo clima favoloso, alle spiagge meravigliose, al cibo ottimo, ai ritmi tranquilli, alla gente ospitale, ai paesi carichi di storia immersi in un limbo senza tempo.
Naturalmente avevo già pianificato prima della partenza la visita ad almeno uno dei vivai presenti in zona, uno solo per via del solito compromesso tra ciò che piace a me e ciò che piace al resto della famiglia, e la scelta cadde su Meridional Cactus, di Damiano Sergi. 
Come accennato nel post precedente, purtroppo Damiano è prematuramente scomparso la scorsa vigilia di Natale, e questo vuole essere un piccolo e semplice omaggio al grande coltivatore che ho avuto la fortuna di conoscere di persona.
Naturalmente non lo conoscevo così bene né ho la pretesa di vantare alcuna amicizia perché probabilmente per lui sono stata solo una delle tante facce di passaggio, ma l'impressione maturata in quelle poche ore trascorse nel suo vivaio-abitazione disquisendo del più e del meno e soprattutto delle sue amate piante, fu così positiva che mi permise di intuire quale persona curiosa, appassionata, amante della vita, fosse. 
Il vivaio di Damiano è (mi piacerebbe parlare al presente perché mi auguro che qualcuno continui a proseguire la sua attività con la stessa passione che ci metteva lui) molto diverso da quelli che finora ho visitato, soprattutto a quelli del nord.
Al sud le piante sono veraci, come i loro vivaisti. Sono baciate dal sole, accarezzate dal vento, adattate alla siccità, favorite dalle temperature, possono crescere in piena terra e svilupparsi a dismisura. 
Sono toste, ecco.
Damiano Sergi le seminava, creava ibridi, incroci intergenerici, chimere, variegate, mostruose, crestate e soprattutto le moltiplicava tramite innesto: vedere certi ariocarpus tranciati a metà e innestati su trichocereus o altre marze resistenti, e quelli tagliati fatti cicatrizzare in attesa di pollonare, mi ha fatto un po' piangere il cuore, ma la velocità e il successo di propagazione che riusciva ad ottenere, erano straordinari. Non che ami le piante innestate, ma è una tecnica senz'altro valida per conseguire risultati veloci e sicuri (se ben applicata, naturalmente... per me ad esempio è una pratica ancora sconosciuta ahimè).

Ma lasciamo parlare le foto: ecco qualche panoramica che mostra piante in ordine caotico... ma che goduria sfruculiare con curiosa avidità tra quelle cassette e quegli scaffali, e trovare magari la chicca che non ti aspettavi! Solo voi cactofili curiosi potete capire, lo so...




En plein air, piante di tutti i tipi e cresciute smisuratamente


Distese di colonnari, una pacchia per gli amanti del genere, e le sue amate plumerie, un amore corrisposto





I cartellini identificativi sono un optional, ma lui sapeva riconoscerle tranquillamente... ecco uno degli angolini dove passare ore ed ore, chini col naso sfiorato dalle spine...



Qui si intravvedono Damiano e la mia amica Michela, che quel giorno mi ha accompagnato nella visita



L'angolo degli innesti, ovvero la nursery, dove le giovani piante vengono riprodotte, con ottimi risultati 


Uno dei tanti prodotti di questa pratica


Gli Astrophytum, altra passione di Damiano, che li incrociava tra di loro creando sempre nuovi interessantissimi ibridi (e non solo di Astrophytum): a sinistra un vaso da semina, e a destra un "albero astrofilo"



La visita virtuale finisce qui, breve, lo so, ma spero che dia un'idea del paradiso in cui era giornalmente immerso Damiano, facendo la gioia dei grassofili pugliesi e di tutta Italia. Spero con tutto il cuore che niente vada perso perché è lo specchio di una passione pura e verace che non mirava al mero guadagno, ma semplicemente a una sua pacifica soddisfazione dell'anima oltre che al benessere e alla diffusione di queste piante che tanto intrigano noi appassionati, esattamente come intrigavano lui che non perdeva occasione anche di viaggiare per studiarle ed osservarle nei loro habitat.
Addio Damiano, le tue piante, che ora sono con me, e queste foto conserveranno per sempre il ricordo che ho, anzi, tutti noi abbiamo, di te.

PS: scusate se il post non mi è riuscito molto bene, ma i commiati non sono il mio forte... 


sabato 10 gennaio 2015

Dal '14 al '15, dando qualche numero - parte seconda

Ed ecco la seconda parte del post, tutta dedicata alle piante grasse, sennò che blog del cactus è? 

Piante grasse & c.
Sul fronte spinoso, posso finalmente aggiungere alla lista dei vivai italiani visitati fino ad ora, il mitico vivaio Autore di Enzo Teodonno, sito a S. Giovanni in Persiceto vicino Bologna. Non ho foto a corredo, ma vi assicuro che è stata una bella gita tra belle piante, bella gente e tanta allegria, nonostante fosse il 29 novembre ed una giornata nuvolosa e nebbiosa: eccoci qua tutti insieme appassionatamente. Pochi ma buoni gli acquisti per i soliti motivi di spazio, scelti accuratamente tra piante piccole, o a crescita lenta o ad alto rischio di manutenzione per i miei standard (se muoiono prima ho più spazio eheheh), come le Islaya (ora Eryosice), con le quali credo che litigherò.
Erano 3 anni che per un motivo o per l'altro rinunciavo per cause di forza maggiore a questa visita, stavolta devo dire grazie alla mia appendice che per fortuna si è svegliata una 15ina di giorni dopo.

PS: Vabbè, lo so che siete curiosi, eccole!

PPS: mi sono ricordata solo dopo la pubblicazione del post, di un fusto di Echinocereus delaetii che Enzo mi ha gentilmente regalato, anzi ne ha regalati due, uno a me e uno a Giuse, perché il resto della pianta era praticamente secco... ahimè, non l'ho neanche fotografato, ma verrà il tempo anche per lui.



Purtroppo, e qui mi faccio seria, una tristissima notizia ha scosso tutto il mondo cactofilo proprio alla fine dell'anno, ed è stata la scomparsa improvvisa di Damiano Sergi, titolare di Meridional Cactus, vicino Lecce. Una breve ma fulminante malattia l'ha portato via per sempre alla vigilia di Natale. Non era solo un vivaista, ma un vero appassionato di piante grasse, competente, dedito, molto più interessato alle piante che ai guadagni che poteva ricavarne. L'avevo conosciuto durante una vacanza in Puglia di un paio di anni fa ed è da allora che ho in bozza un reportage sulla visita al suo vivaio, caotico ma sempre pieno di sorprese. Ero erroneamente convinta di averlo pubblicato, ma non avendolo più fatto, rimedierò quanto prima per rendergli così un mio personale omaggio.

Concludo con una notizia fantastica, ma che potrò giudicare solo quando la vedrò concretizzata: finalmente marito e cognato hanno iniziato i lavori per la posa in opera della tettoia in policarbonato su uno dei balconi, il che mi permetterà, forse, e sottolineo forse, di recuperare qualche cm quadrato in più per le grassocce! Spazio che prevedo di occupare subito con i prossimi rinvasi ormai improcrastinabili, sia di piante costrette in piccoli spazi da troppi anni, sia di alcune semine fatte ad aprile che, faccio le corna, sono eccezionalmente ancora vive, ma shhhh non ho detto niente. 
I lavori vanno a rilento, è freddo e ormai non c'è alcuna fretta, ma so che ce la faremo. 
Prendila così, per non prenderla altrove! Aò, lo dicevo io che sò filosofa. 

venerdì 9 gennaio 2015

Dal '14 al '15, dando qualche numero - parte prima

PREMESSA: essendo uscito un post molto lungo, di una prolissità che manda via la voglia di leggerlo, ho deciso di pubblicarlo in due parti. In ogni caso sappiate che se deciderete di saltare e andare oltre, avrete tutta la mia fraterna comprensione.

Non ho intenzione di scrivere post di amarcord sul 2014 anche perché non ho particolari avvenimenti da amarcordare, né voglio fare promesse per il 2015, perché di solito i miei buoni propositi vanno a farsi benedire. Vi lascio semplicemente un ammasso sconclusionato di notizie recenti che mi riguardano, senza la pretesa che possano interessare a qualcuno, ma giusto così, tanto per registrare il passaggio da un anno all'altro, forse più per me stessa che per altro. Egoist.
E non vi lascerò neanche il classico vergognoso augurio: "Buon anno! Che sia migliore del precedente!"... Eh? Ma va là! Qualche magagna spunta sempre, tranquilli. Che poi, a ben pensarci, è mai possibile che ogni anno sia peggiore di quello passato? Che trascorriamo solo anni pessimi? Non è che siamo diventati incontentabili? Che ci piace tanto lamentarci? O che ci creiamo aspettative troppo "alte"? Boh. Certamente, ci sono (e saranno) momenti che vorremmo dimenticare o non vivere mai, e che rendono l'anno in cui si verificano il peggior anno della nostra vita. È indubbio, per carità. Ma alla fine, ogni anno della nostra vita, è la nostra stessa vita. 
È per questo che raramente auguro un nuovo anno migliore, perché non si sa mai cosa aspettarsi, perché porta sfiga, e perché qualcosa di bello c'è sempre, basta saperlo apprezzare. Qualche esempio per me: sono viva, ho un lavoro pur se non si sa ancora per quanto, mio marito mi sopporta, i figli crescono con soddisfazione, la famiglia è tutta intera, la mia inseparabile fotocamera funziona, le piante continuano ad arrecarmi piacere, adoro la terra dove vivo, percepisco l'energia del mare d'estate come in inverno, mi incanto immancabilmente davanti ad un tramonto emozionante, il freddo è finalmente arrivato per la gioia dei meteorologi sensazionalisti... beh, tutto sommato ci sono tante buone notizie per cui gioire, almeno per quanto mi riguarda. Bisogna abituarsi a prendere ciò che di buono ci dona il presente. Aò, quanto sò filosofa. 
Avevo forse già espresso questi pensieri? Boh, può essere, ma non avendo voglia di andare a controllare, mi scuso a prescindere per la loro monotonia.

Salute
2015, un anno in più e un pezzo in meno. Perché? Mò ve lo spiego.
Avevo voglia di vacanze per le feste natalizie, ma è la vacanza che è venuta a cercare me: un lungo soggiorno tutto pagato presso il reparto di chirurgia d'urgenza di un osp... ehm, di un grand hotel con tante stanze, piene di ospiti, quasi una spa. Purtroppo farò ricorso perché il trattamento è stato del tutto insoddisfacente: non mi hanno mai fatto indossare l'abito da sera, ma sempre e solo pigiama e vestaglia; mi hanno riempito di buchi sulle braccia; non c'è stata una che una notte tranquilla, col sonno continuamente disturbato da suoni di campanelli e da gente vestita di bianco che vociferava, a tratti urlava, correva e ti veniva a svegliare nel cuore della notte o alle prime luci dell'alba; mi venivano a rifare il letto quando ero ancora sotto le coperte, e che diamine; mi mettevano continuamente le mani addosso spingendo proprio dove sentivo dolore; e soprattutto, dovrò lamentarmi del vitto, scarso e raramente distribuito. Perché in dieci giorni di soggiorno, mi hanno concesso un pranzo e una cena, gli altri giorni solo liquidi strani iniettati in vena. Ma si può trattare una turista così? Senza considerare la parte più importante, e cioè che spesso entri intera ed esci senza un pezzo. A me hanno tolto l'appendicite, agli altri chissà! E il rispetto non esiste, ti fanno notare senza mezzi termini che sei troppo vecchia per soffrire di un'appendice ormai incancrenita, ma che cavolo, uno non può soffrire di quello che gli pare e all'età che vuole, oh. 
Insomma, una vacanza da non consigliare assolutamente, a meno che non sia prescritta da gente in camice bianco, badando bene che non siano macellai.
Ora lo racconto in maniera ironica, ma vi assicuro che è stato un ricovero ai limiti del surreale. È andata, dai!

Dieta
Sarebbe, quella precedente, una notizia meravigliosa se tutto ciò avesse aiutato la mia silhouette. Ebbene, nonostante 9 giorni di digiuno completo, ho perso per strada solo 5 chili, ma avendone ripresi in breve 3 dopo i bagordi delle feste, seppur limitati da una breve dieta post-operatoria, e considerando che nell'ultimo anno ne avevo accumulati almeno 5, tramite un'efficace ma semplice espressione matematica, possiamo concludere che: x=5-5+3, il risultato rimane tutto a favore della ciccia e a sfavore della linea. Sto cercando di convincermi che era l'appendicite malata a condizionare il malfunzionamento del metabolismo, ma la verità è che magno. Punto.

Lavoro
Un'altra cosa che mi hanno tolto nel 2014 è il part-time, e di conseguenza il tempo libero, la libertà, la possibilità di seguire in modo più costante il mondo virtuale, le mie piante, i miei hobbies. Via le 6 ore, vengano le 8, che diventano più di 10 tra l'ora di viaggio per andare e tornare e l'ora e mezzo di pausa pranzo trascorsa per lo più in ufficio. In compenso sono aumentati vertiginosamente il livello di stress e i ritmi quotidiani di lavoro che ogni donna lavoratrice conosce perfettamente. 
È cresciuta, seppur meno vertiginosamente, anche la busta paga, diciamo la verità, ma questo non mi ricompensa dello scarso tempo che riesco a dedicare a me stessa. La cosa che mi preoccupa di più è che sono stufa dopo soli 5 mesi di orario a tempo pieno, dei quali uno trascorso in malattia e un altro scarso in ferie. Anche qui potrei rappresentare matematicamente la situazione, ma ne uscirebbe un'equazione piena di incognite. So che non è il caso di lamentarsi per questo, ma capite che mi ero abituata, oltre che organizzata, ottimamente dopo 9 anni di orario ridotto, ed ora mi ritrovo un pelino scombussolata. 
Ma ce la posso farcela.

Fotografia
Ricordate la mia ultima viscerale passione, scoppiata come se non avessi null'altro da fare, ma in realtà è proprio il contrario? Ricordate che mi ero iscritta ad un circolo fotografico cittadino? 
Ebbene, il circolo ha chiuso i battenti. Sono arrivata io e trac, fine delle trasmissioni e chi s'è visto s'è visto. Ovvero, il circolo esiste ancora, ma non c'è più un direttivo né soprattutto i soci che lo tenevano in vita, i fotografi che ho avuto il piacere di conoscere e frequentare, e che per fortuna frequento ancora, ma senza l'ausilio di un circolo. No circolo, no mostre, no serate ad osservare belle immagini, no condivisioni di tecniche, no scambio di consigli, no corsi di miglioramento. Boh, o porto sfiga, o era già tutto previsto, ho sbagliato solo i tempi... di esposizione.

- continua -